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“1990, 2000, 2010, 2020: viaggio sulla macchina del tempo: il mondo è cambiato. La gente… che gente?”.
Non era strano che Alessandro, per quel tema, avesse preso un bel voto; Alessandro li prendeva spesso, specie se il tema lasciava spazio alla fantasia – una traccia molto più stimolante di “Parla del tuo compagno di banco” o dell’obbrobrioso “Come hai passato le vacanze”.
No, non era strano.
In quel caso il voto era stato un “buono” e andava bene così. La prof si era raccomandata di non spingersi troppo in là nel futuro e lui aveva sfruttato la traccia al massimo delle sue possibilità:
2029.
Diamine, il 2029 era un sacco lontano. Nel 2029 lui, Alessandro, avrebbe avuto 60 anni. Sarebbe stato vecchio. Non morto – la gente moriva poco dopo i settant’anni, da quanto aveva potuto constatare e parecchi arrivavano perfino a ottanta – ma, insomma, vecchio. In pensione senz’altro.
Il 2029 era una data che ti consentiva di spaziare abbastanza con la fantasia e lui l’aveva fatto.
Non era stato tanto originale, questo doveva ammetterlo.
Nel suo 2029 la gente stava stravaccata tutto il tempo mentre le macchine facevano il lavoro e trascorreva ore e ore a guardare la TV. Se per caso dovevano alzarsi, c’erano piccole TV, portate al polso, come orologi, e tutti le fissavano in continuazione.
Manco a dirlo, l’umanità era mezzo rammollita – nessuno era più in grado di fare una corsetta senza stramazzare al suolo dopo pochi passi – e anche un po’ tonta, e tutto lasciava intendere le cose potessero solo peggiorare.
Però, la maggior parte dei suoi compagni aveva avuto la stessa idea del futuro: esseri umani fiacchi, rincitrulliti e schiavi volontari della tecnologia.
Perciò, no, il tema di Alessandro non era stato particolarmente originale (e questo un po’ lo aveva sorpreso perché aveva immaginato che gli altri dipingessero radiosi futuri di viaggi spaziali e chissà cos’altro); se si distingueva per qualcosa era l’idea delle TV da polso.
Buono, quindi, andava bene e non era strano.
Se c’era qualcosa di strano, qualcosa di strano e inquietante, a dirla tutta, era che Adele la Stramba avesse attaccato bottone con lui.
«Allora è davvero così brutto?» chiese la ragazzina afferrando il foglio stropicciato che Alessandro teneva in mano.
Alessandro se ne accorse (così come si accorse che era già la seconda volta che la Stramba glielo chiedeva, forse la terza) e lo lasciò andare.
Il foglio era ricoperto da una grafia irregolare, tondeggiante, che non voleva saperne di stare dentro le righe. In un angolo, come cercando spazio, il giudizio, in penna rossa, della prof. “Quasi sufficiente”.
Alessandro alzò lo sguardo verso i rami dell’ippocastano sotto cui Adele lo aveva fermato, quasi la risposta si trovasse tra le foglie dell’albero. Era mezzo autunno e grosse castagne appesantivano le fronde. Non le potevi mangiare, ma, se ne tenevi una in tasca, ti proteggeva dai raffreddori. Se però una, ancora dentro il riccio, ti cadeva in testa, ti faceva male.
«Allora è davvero così brutto?» chiese la Stramba per la terza (o la quarta) volta. Già. Anche la risposta poteva far male.
Alessandro spostò lo sguardo sulla ragazzina. La sua faccia ricordava un po’ la sua grafia. Tratti grossolani, irregolari, come se qualcuno l’avesse disegnata in fretta e poi avesse provato a cancellarla, ma, a metà, si fosse interrotto.
«Quasi sufficiente non è un voto così brutto» rispose, diplomatico.
Adele la Stramba ogni tanto diventava rigida come uno stoccafisso, cadeva a terra e sbavava come un rospo schiacciato.
Non era un bello spettacolo e non avrebbe dovuto succedere, ma le medicine che prendeva non facevano sempre effetto e così, all’incirca una volta ogni due o tre mesi, capitava.
La malattia si chiamava “epilessia”, era destinata a sparire in poco tempo e tutti gli insegnanti avevano fatto una testa così all’intera scuola perché nessuno considerasse Adele scema o anche solo “diversa”. Il soprannome “stramba” era ufficialmente bandito.
Ma non era per l’epilessia che Adele era detta “La Stramba” e questo lo sapevano tutti, insegnanti e alunni.
Ufficiosamente, s’intende.
«Non è quello che ti ho chiesto» disse Adele indurendo la voce.
Ogni tanto le femmine prendevano in giro Adele (i maschi no: fino all’anno prima tra i due sessi c’era stato un muro invalicabile di diffidenza e rivalità e questo riduceva i contatti allo stretto indispensabile: negli ultimi mesi qualche mattone era caduto, ma la barriera ancora teneva) e il soprannome ufficialmente proibito risuonava per le aule della scuola.
Adele reagiva con violenza e, il mese prima, aveva tirato una sedia contro Loredana, evitando la sospensione per un soffio; tutti avevano commentato che, se non fosse stata “La Stramba” — cioè, ufficialmente, epilettica — non l’avrebbe evitata affatto e questo aveva peggiorato le cose.
Ma perché diavolo lo chiedi a me? Pensò Alessandro e subito si rispose che era ovvio: perché lui prendeva buoni voti nei temi. E, spesso, non semplicemente “buono”.
«Be’, è...» Esitò Alessandro. Far finta che non esistessero tutti quegli errori di ortografia, evidenziati da segnacci rossi? Non era il caso. Adele era stramba, non scema: avrebbe capito che mentiva e non valeva la pena di correre rischi. «Originale» disse alla fine.
Alzò di nuovo lo sguardo verso l’ippocastano. Oltre le foglie, dove il verde e il giallo combattevano per la conquista della chioma s’intravedeva il cielo di un azzurro pastello, destinato a vincere la battaglia.
«Previsioni del tempo» disse Alessandro. Cavolo, sì, era davvero... «Originale» ripeté con più convinzione. Senza che se ne accorgesse, la bocca gli si aprì in un mezzo sorriso.
La Stramba increspò le labbra (troppo grosse e sempre un po’ umide quasi l’epilessia fosse lì, in agguato come un mostro sotto il letto) in quella che era la sua versione di un sorriso e, reggendo il tema, incrociò le mani dietro la schiena, come se il foglio fosse la mappa di un tesoro.
«Non dovevano essere solo previsioni del tempo» dichiarò.
Un leggero brivido corse lungo la schiena di Alessandro e i suoi occhi saettarono qua e là. Per fortuna non c’erano sedie nelle vicinanze.
Poi però il sorriso di Adele si allargò e quello era inequivocabilmente un sorriso. Di nuovo, la domanda “perché diavolo lo chiedi a me” si affacciò alla mente del ragazzino, ma con una sfumatura diversa che ancora Alessandro non riusciva a definire.
«Togliamoci di qui, sta per cadere un riccio» disse Adele.
Alessandro balzò via.
Adele prevedeva le cose.
Per questo era detta “La Stramba”.
Uscirono dall’ombra dell’ippocastano e per un istante il sole giocò con i capelli di Adele. Erano d’un biondo carico, quello che i libri nella biblioteca di classe definivano “d’oro”. Alessandro aveva sempre saltato quelle parti lì: le trovava noiose. Nelle ultime settimane, però, non sempre. Durante l’intervallo aveva sentito la prof d’italiano dire a quella di matematica che il muro tra ragazzi e ragazze cominciava a perdere qualche pezzo e si chiese se le due cose fossero collegate. Si domandò se Adele la Stramba potesse avere qualcosa che non era… be’, strambo.
«Non riesco mai a dire quello che voglio. E come lo voglio» disse Adele. Si allontanò di un passo, la testa china – una posizione che teneva spesso e la faceva sembrare più bassa di quel che era, cioè molto più alta della media – le mani dietro la schiena a reggere il tema sempre più stropicciato.
«È una questione di ordine» disse improvvisamente Alessandro.
Adele si bloccò di colpo, rigida. Non la fissità dell’epilessia, ma la tensione di chi si imbatte in un evento improvviso e del tutto inatteso.
«De… devi... devi...» incespicò Alessandro come se di colpo fosse diventato balbuziente. Come se tra i due fosse lui lo strambo. «Devi mettere ordine in testa prima di scrivere» si riprese. «Chi fa cosa a chi. Soggetto, verbo, complemento. Il verbo è la chiave di tutto. Analisi logica. Quella roba lì. Mettere in fila le idee. Le parole vengono dopo, da sole. Ma non è questo il segreto». Si accorse di avere le palme delle mani sudate. Chi stava attaccando bottone con chi, si chiese di colpo, in quella mattina di metà autunno? Si guardò in giro. Nessuno li stava osservando. Se li avessero visti… e di colpo si rese conto che non gli importava. Almeno per il momento.
«E qual è il segreto?» chiese Adele la Stramba facendo un passo verso di lui.
Alessandro strinse le spalle. «Vedere» disse semplicemente. «La gente guarda, ma non vede. Invece si deve cominciare da lì». Si accorse che, di nuovo, stava sorridendo, e se ne avvide perché la Stramba sorrideva in risposta, come uno specchio. Magari deformante, ma pur sempre uno specchio. «Accidenti. Le previsioni del tempo. Voglio dire, chi le ha mai viste davvero? Un uragano, come quelli che ci sono in America e che si vedono in TV che distrugge la città. Wow. Originale davvero».
«Vedere» disse Adele ripetendo piano la parola, ostinatamente, come se fosse un picchetto da impiantare in una terra dura. «Vedere. Mettere in ordine le idee. Soggetto, verbo, complemento. Scrivere una cosa solo dopo che l’idea precedente è chiara. Mettere in fila le idee. È così che fai tu?».
Non sempre. No, non sempre pensò Alessandro. Con te per esempio non vedevo…
Di colpo, la ragazzina alzò le braccia e il sangue si gelò nelle vene di Alessandro. Forse la Stramba voleva abbracciarlo o qualcosa del genere, ma Adele si portò le mani alle tempie e premette come se cercasse di comprimere dei pensieri ribelli, ansiosi di fuggire dalla loro sede naturale.
«Troppe idee… troppe… come… come...» farfugliò la Stramba.
Diceva di aver visto – a volte diceva “sognato” ma tutti quanti sapevano che non erano semplici sogni – la prof di storia rimanere vittima di un incidente domestico e così era successo il giorno dopo e la vecchia era stata assente per un mese.
Di aver visto un treno saltare per aria in una stazione e tutti quei morti e la città era una di quelle del nord, Milano o Bologna.
Che l’operazione cui doveva sottoporsi la madre di Luca sarebbe andata bene, ma quella del nonno di Giovanna no.
E..
E..
E un sacco di altre cose.
Adele vedeva le cose prima che accadessero, per questo era detto la Stramba.
Strizzò gli occhi e strinse i denti; Alessandro temette che stesse per avere un altro attacco epilettico, invece la ragazzina lasciò cadere il foglio con il tema e corse via. Prima di raggiungere l’ingresso della scuola, però, rallentò fino a camminare. Raggiunto l’ingresso, aveva assunto la sua solita posa, a testa bassa.
La campanella che segnava la fine dell’intervallo suonò.
Calmati si disse Alessandro. Questa è una cosa che anche tu puoi prevedere.
Raccolse il tema di Adele la Stramba e lo lisciò. Gliel’avrebbe ridato in classe, o magari a fine lezione.
Ma lo avresti fatto anche solo ieri, o anche solo pochi minuti fa?
Non seppe rispondersi e, anzi, tornato a casa se lo ritrovò in cartella.
Lo aveva riposto lì e se n’era dimenticato.
Poco male, gliel’avrebbe riportato il giorno dopo.
Invece, non glielo ridiede mai più.
Alessandro cercò la foto tra i rottami del cancello.
Non la trovò, ma non se ne stupì.
1980. Quarantasei anni fa. È un sacco di tempo. Non tanto lungo come pensavi una volta, ma comunque un sacco di tempo.
E poi la foto era sbiadita e, la data, quasi illeggibile.
Adele Bernini 1969 – 1980.
Sotto c’era scritto: Qui ha perso la vita Adele Bernini, investita mentre attraversava l’incrocio la mattina del 26 ottobre 1980. I genitori e i compagni.
L’iscrizione, esposta alle intemperie, era diventata incomprensibile da un pezzo. Solo chi la conosceva già riusciva a decifrarla.
Dopo che Adele era morta avevano messo un semaforo.
I ragazzi attraversavano quell’incrocio anche prima, ma il più delle volte la gente non vede le cose, oppure solo quando è troppo tardi.
Alessandro scorse per terra un frammento di pietra bianca. Poteva essere quel che rimaneva del marmo della targa, ma anche no.
Quarantasei anni. Un sacco di tempo.
Per molto tempo la targa era rimasta al suo posto, e lui c’era passato davanti tutti i giorni, finché non era andato al liceo e non aveva cambiato strada.
Si chiese per quanto tempo i genitori di Adele avessero pianto la figlia. Chissà se c’erano statistiche per queste cose. Probabilmente sì. In rete ci sono statistiche per tutto. E, se mancano, ci sono sempre gli algoritmi. Doveva essere durata a lungo. Anche dopo che la foto e l’iscrizione avevano cominciato a sbiadire. Ma poi tutto era diventato illeggibile e anche la casa, quell’estate, era stata abbattuta. Si domandò se i genitori della Stramba avessero asportato la targa prima della demolizione. Probabilmente no. Magari erano morti. Perdere un figlio non è una di quelle cose che ti allunga la vita. E comunque quarantasei anni sono un sacco di tempo.
Sessant’anni. Nel 1980 a sessant’anni eri, se non proprio vecchio, quasi. Senz’altro lo eri agli occhi di un undicenne.
A sessant’anni si può anche morire. Ma a undici...
Fra tre anni saremo nel 2029. Quel futuro così lontano.
“1990, 2000, 2010, 2020: viaggio sulla macchina del tempo: il mondo è cambiato. La gente… che gente?”.
Quel giorno aveva consegnato il proprio tema ai suoi, il padre lo aveva controfirmato e lui lo aveva rimesso in cartella, accanto a quello di Adele.
Anche lei avrebbe dovuto fare altrettanto, ma, ovviamente, non le sarebbe stato possibile.
Spero che non le diano una nota, ricordava di aver pensato. Non sarebbe giusto.
Ma, a partire da quella mattina, Adele Bernini la Stramba non avrebbe preso nessuna nota. Mai più.
Morire a undici anni. Quello era ingiusto.
Se la prof avesse dato un tema così, Alessandro lo avrebbe scritto. Invece non era successo. Probabilmente gli insegnanti ne avevano parlato e avevano concluso che non era il caso di turbare i ragazzi oltre il necessario.
Per come la vedeva lui, era una decisione sbagliata: gli undicenni, almeno quelli del 1980, erano in grado di affrontare un argomento simile… e comunque era qualcosa con cui, prima o poi, si doveva fare i conti.
Lui, Alessandro, non avrebbe avuto nessun problema.
Era altro quello che avrebbe tenuto per sé. Un pensiero che lo aveva tenuto desto per un po’ nelle notti a venire, mentre l’autunno si incupiva e, nella chioma dell’ippocastano, il giallo vinceva la battaglia con il verde, per poi essere sconfitto dal grigio – azzurro del cielo.
Se Adele la Stramba era davvero in grado di vedere il futuro, non avrebbe attraversato la strada.
Era stato l’inizio di una nuova fase della sua vita, che lo avrebbe portato a diventare ingegnere ed era coincisa con l’atrofizzarsi, fin quasi a scomparire, della sua vena creativa.
Nessuno avrebbe detto che il giovane che si era laureato con una tesi sulla diversa tenuta delle strutture in legno rispetto a quelle in metallo (con approfondimenti sui ponti in corda) era stato in grado, un tempo, di scrivere temi tanto fantasiosi.
«Quarantasei anni sono un sacco di tempo» disse a voce alta allontanandosi dalle macerie.
Si accorse di essere coperto da un velo di sudore e controllò la temperatura sullo smartphone (niente TV da polso, ma, insomma, non ci era poi andato così lontano). Ventiquattro gradi.
Quarantasei anni prima, il 26 ottobre, difficilmente le temperature superavano i venti, anche nelle ore più calde della giornata. E il mare non era mai stato così caldo.
Le condizioni ideali per gli uragani.
Alessandro sperò che Adele Bernini la Stramba non fosse capace di leggere il futuro.
Lo sperò proprio.